Storie di fantasmi: La calle degli spiriti

Storie di fantasmi: La calle degli spiriti

Immergetevi nell’intrigante storia di un commerciante d’arte

Giacomo Masini era un turista in visita alla città di Venezia, un giovane appassionato d’arte giunto alla Serenissima ricco di curiosità e interesse d’investimento. Al termine del diciassettesimo secolo, infatti, in tutta la penisola si era fatta piuttosto fervente la ricerca artistica in ambito pittorico, portando innumerevoli giovani leve e allievi di bottega a tentare la fortuna nei vari regni e contrade italiane.

Giacomo aveva appena intrapreso la strada del mecenatismo, desideroso di prendere sotto la propria ala qualche nome veneziano che potesse garantirgli uno sbocco commerciale in una delle città più vive che ci fossero, così anche da metter a frutto la dote famigliare acquistando beni al di fuori del solo Granducato di Toscana.

Il primo giorno in cui Giacomo mise piede a Venezia fu travolgente: colori, profumi, andirivieni di persone su e giù per ponti come mai aveva osservato in vita sua, ammaliato dall’architettura cittadina e dai vicoletti che lì erano denominati rigorosamente “calli”. Esplorare il nuovo ambiente era fondamentale, a sua detta, per creare un legame con i futuri contraenti locali, poiché conoscere una città ed i suoi segreti significava anche e soprattutto trarre informazioni che avrebbero indubbiamente beneficiato conversazioni e scambi.

Con tale idea in testa, il giovane fiorentino intraprese dunque un’avventura fra i Sestieri veneziani, arrestandosi qua e là per assaggiare pietanze sconosciute, leggere una gazzetta che contenesse notizie relative al Doge e alcune leggi in vigore lì nella Serenissima, oppure semplicemente memorizzare le vie principali per evitare di smarrirsi. Egli aveva infatti lasciato il proprio alloggio presso Rialto per proseguire, come gli era stato consigliato, intorno a San Marco, Cannaregio e Castello.

Passo dopo passo, il sole seguì il suo arco giornaliero, tracciando fra le nubi grigiastre un percorso flebile e a singhiozzo, un clima assai tipico per la zona e tristemente differente da quello mite fiorentino.

A Giacomo, però, piacque così tanto scoprire quei luoghi bizzarri e variopinti, che nel momento del tramonto ancora si trovava a bazzicare ben lontano dal proprio alloggio. Pensò distrattamente che avrebbe consumato un pasto caldo in uno dei bacari, le tipiche osterie e tavole calde di Venezia, e dopo aver riposato le gambe avrebbe intrapreso la via di ritorno alla pensione.

Cala la notte

Giacomo Masini, buongustaio qual era, mantenne la parola data a se stesso e si rifocillò a dovere. Il sole, nel frattempo, era affogato nella laguna all’orizzonte, in un bagno di sangue. La notte ammantò il cielo di piccole stelle ed i lumi si accesero alle porte delle abitazioni, lasciando in ombra porzioni di calle laddove le fiamme fossero assenti. Nell’aria l’odore salmastro del mare impregnava narici e abiti, mentre Giacomo si stringeva nel tabarro ed il tricorno per combattere l’umidità.

La stanchezza si fece presto sentire, attaccando specialmente le ginocchia e le piante dei piedi, sebbene indossasse i migliori stivali di cuoio in produzione a Firenze. Non era abituato alle lunghe distanze, ma a Venezia non era ovviamente possibile far uso di carrozze.

Fu con questi pensieri che Giacomo si fece forza e imboccò una calle da dove era certo d’essere già passato in precedenza, memore piuttosto con precisione del percorso per tornare a San Marco. Durante il tragitto aveva incontrato sempre meno persone, le finestrelle delle abitazioni spesso erano chiuse, con le imposte sigillate e nemmeno un filo di luce ad attraversarne le fessure legnose.

Un venticello freddo iniziò a sferzare incanalandosi negli stretti passaggi, fischiando a volte agli angoli di pietra degli edifici. Giacomo attraversò ponticelli di varie forme, accelerò il passo lungo le fondamenta, calli che costeggiavano i canali ed i rii senza alcuna protezione, ritenendole pericolose per la caduta in acqua. Nessuno si aggirava più, nemmeno in gondola, facendolo sentire più solo che mai.

Il silenzio, interrotto solo dal suo respiro un po’ affannato e lo sciabordio dell’acqua, si fece sempre più pesante da sopportare, incutendogli timore fin nelle spalle tremanti. Le tenebre calarono implacabili, in assenza totale di luna, aiutate dal manto nuvoloso che coprì in gran parte l’arco celeste. Le stelle l’abbandonarono e la nebbia d’ottobre prese sempre più consistenza sui tetti ed in fondo alle calli.

Giacomo camminò per tempo interminabile e ne perse la cognizione, accorgendosi d’un tratto di esser passato più volte in fianco alla stessa imbarcazione ormeggiata in fianco ad un piccolo ponte di pietra. Imprecò fra sé e sé, guardandosi attorno, ma nulla gli indicava la via giusta. Decise di bussare alle porte, e lo fece più volte in svariati luoghi, ma nessuno rispondeva. Era come se quell’area della città fosse inspiegabilmente disabitata.

Per fortuna non portava con sé oggetti di gran valore, li aveva furbamente nascosti nella stanza della pensione, però il rischio di esser accoltellato o derubato non era da escludere. La paura allora afferrò Giacomo per la gola, ammorbidendogli le gambe come burro al sole. Per combattere quei fastidiosi sintomi si sforzò di camminare, provando a cambiare direzione quando possibile.

Purtroppo nulla cambiò: incontrò sempre la tessa imbarcazione, le stesse vie, le stesse porte che non si erano aperte alle sue richieste d’aiuto. Ipotizzò l’idea di rubare un’imbarcazione, quando d’un tratto sentì un rumore. Si voltò completamente, sul chi va là, ma scoprì semplicemente un vecchio accendersi una pipa.

Il signore stava appoggiato ad un muro, con le braccia conserte, e fissava di fronte a sé. A quella visione, Giacomo accorse a domandargli aiuto: “Gentil signore, mi scusi, ma mi sarei perso fra queste calli. Non son di qui, saprebbe indicarmi la via per San Marco?”.

L’uomo sbuffò lento la sua pipa senza nemmeno voltarsi, mantenendo lo sguardo fisso su qualcosa dritto di fronte a lui. Non rispose subito, ma dopo alcuni istanti lo degnò d’attenzione: “Proseguite per questo ponte, svoltate a destra per la Fondamenta dei Turchi, ed in fondo troverete l’indicazione per San Marco.”.

Con voce rauca e lenta gli disse finalmente cosa fare e Giacomo s’inchinò con gratitudine, augurandogli una buona serata. Senza indugiare oltre attraversò il ponte, corse quasi lungo la fondamenta, ed alla fine giunse ad un piccolo cartello incastonato in alto, all’angolo d’incrocio di due calli. Su di esso, però, ancora nulla. La dicitura riportava semplicemente il nome della via e l’indicazione per quella adiacente.

Giacomo rimase sconvolto, non poteva credere che quell’uomo l’avesse preso per i fondelli. Una rabbia esasperata gli montò pulsandogli fin nelle tempie, così riprese la strada appena percorsa in modo da denunciare il vergognoso atto di scherno al diretto interessato. Fu sicuro di aver preso la direzione giusta, eppure non trovò più né l’anziano, né il ponticello davanti al quale stava a fumarsi la pipa.

Del sudore freddo imperlò la fronte di Giacomo, incapace di comprendere quale stregoneria stesse avvenendo in quel momento. Con un cigolio improvviso e acuto si aprì una finestrella, proprio alla sua destra, dal lato opposto del rio. Una signora si sporgeva dalla grata in ferro per potare una pianta, mentre la stanzina da cui ella proveniva rimaneva avvolta nel buio. Nonostante ciò, l’occasione parve ripresentarsi nuovamente a Giacomo: attraversò l’ennesimo ponticello, a pochi metri più avanti, e fece inversione per recarsi alla finestra aperta.

“Gentilissima signora, buona sera. Perdonate la mia incursione così all’improvviso, sono conte Masini da Firenze, mi son perso fra queste calli. Sapreste indicarmi la via per San Marco? Vi offrirò un lauto compenso, se vorrete aiutarmi. Ve ne prego.” chiese Giacomo affannato, disposto a tutto pur di farsi dare una maledettissima indicazione.

La signora proseguì a tagliare foglioline, rimestare il terreno nel vasetto, afferrare una brocca d’acqua per annaffiare la pianta. Anche lei nemmeno lo guardò in volto, finché decise di rispondere con noncuranza: “Entrate fra queste due strette calli a destra, proseguite fino in fondo. Lì svoltate a sinistra e la strada per San Marco sarà sempre dritta.”. Ancora una volta, quindi, Giacomo s’inchinò e promise velocemente che sarebbe tornato il girono successivo per rendere grazie al suo cortese favore.

Strettosi nel mantello si mise subito a correre, la strada era larga appena per far passare un individuo, i muri gocciolavano umidi ed i suoi passi veloci rimbombavano fra di essi quasi in un eco. Giunto alla fine della calle trovò un rio in cui l’acqua quasi stagnava, ma né a destra né a sinistra vi era modo di proseguire. I due edifici si interrompevano lì, a dirimpetto dell’acqua. Soltanto dei pali marcescenti di legno si ergevano di fronte a lui.

A quel punto, Giacomo cadde a terra sfinito. Seppur fosse un uomo di mondo, in quell’istante volle piangere, spaventato da Venezia e la sua fredda morsa. Qualcosa non andava, se lo sentiva, e fu sicuro che neanche le persone fossero più affidabili. Si risollevò da terra, si pulì il naso dal freddo, e si voltò. Con stupore trovò una bellissima ragazza, sorridente, ben vestita e dai capelli elegantemente raccolti a fissarlo. Si spaventò terribilmente ma cercò di nascondere le emozioni piegandosi istintivamente in un inchino educato.

“Oh madama, perdonate i miei modi. Mi trovo in una situazione disperata, non trovo la via per San Marco e questa è evidente che non sia quella giusta. Se desiderate attraversare, sappiate che-” non fece in tempo a terminare la frase che la ragazza lo afferrò per il bavero e gli impresse un bacio a sorpresa. Giacomo rimase impietrito, incapace di reagire, e quando ella si staccò gli volse un ampio sorriso. Senza lasciargli tempo di risposta, la giovane si mise a ridere di gusto e lo spinse in acqua.

Tutto si fece terribilmente freddo, un turbinio di bolle gli annebbiò la vista e l’oscurità non aiutò certo a vedere meglio nel torbido canale. Il giovane lottò con tutte le forze per emergere, ma la confusione gli sconvolse la mente.

In cerca disperata d’aria, lo sventurato visitatore si alzò di soprassalto nel proprio letto. Pregno di sudore e ansimante, attorniato da morbide coperte candide, Giacomo fu svegliato da un forte rintocco di campane. Dalla finestra entrava un pallido raggio solare, mentre dei gabbiano strillavano alti in cielo. Appoggiato sul letto, di fronte a sé, il giovane aveva la sua pipa malamente rovesciata la sera prima ed in fianco ad essa un nastro rosso appartenuto alla propria fidanzata.

Un vaso di fiori posto sul comodino al suo fianco inondava la stanza di profumo, mentre un volume contenente le mappe di Venezia giaceva aperto. Il primo giorno a Venezia si era così concluso ed un nuovo inizio si preannunciava ricco di sorprese.

Ai gentili lettori:

Per gli appassionati di storie di fantasmi, che apprezzano momenti di suspense e ambientazioni storiche come “La calle degli spiriti”, vi invitiamo a collegarvi ogni venerdì per aggiornamenti sanguinosi.

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